Calcio, bagarre sulle multiproprietà: addio dal 2028, ma già in atto pressioni per una modifica
Le multiproprietà nel calcio continuano a dividere: da un lato rappresentano un’opportunità per creare sinergie, sviluppare talenti e ottimizzare la gestione dei club; dall’altro sollevano interrogativi sull’autonomia delle società e sulla correttezza delle competizioni.
In Italia il tema è tornato al centro del dibattito anche alla luce dei recenti casi che hanno coinvolto Bari, Napoli e Reggina. Mentre la normativa nazionale prevede il superamento delle multiproprietà entro il 2028, resta aperto il confronto sui vantaggi e sulle criticità di questo modello.
Il nostro Alberto Rigotto, intervistato da Michele Damiani per ItaliaOggi, ha portato l’esperienza dell’Udinese Calcio, che negli anni ha vissuto da vicino il modello delle multiproprietà grazie al percorso internazionale della famiglia Pozzo con Granada e Watford.
Come ha spiegato Rigotto: “Se vogliamo entrare nel calcio postmoderno è necessario vedere le squadre come aziende. Per vivere, le aziende devono avere ricavi maggiori dei costi, o almeno uguali. E per poterlo fare è evidente che una multiproprietà permetta al club di sperimentare, di far crescere un numero importante di giocatori, di fare anche economie di scala, se vogliamo.“
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