La sostenibilità conviene: le imprese High-ESG italiane crescono di più
C’è un modo di parlare di sostenibilità che ormai suona stanco.
Un modo che impiega slogan, sigle, adempimenti, parole rassicuranti. Un linguaggio che spesso lascia le imprese, soprattutto le PMI con una domanda critica: “Tutto bello, ma cosa c’entra con il mio lavoro di tutti i giorni?“
Il Rapporto ASviS di Primavera 2026 offre una risposta interessante: c’entra con la capacità di crescere, investire, trattenere persone, affrontare costi energetici, filiere instabili, credito più selettivo e mercati che cambiano.
Tra il 2017 e il 2024, le imprese italiane High-ESG hanno registrato risultati migliori rispetto alle Low-ESG:💰 ricavi: +65% contro +55%
🧑💼 occupazione dipendente: +40% contro +28%
🧠 investimenti immateriali: +167% contro +97%
⚙️ investimenti materiali: +49% contro +27%
Anche i dati Istat richiamati dal Rapporto vanno nella stessa direzione: nel manifatturiero, le imprese con un profilo alto di sostenibilità mostrano un valore aggiunto superiore del 16,7% rispetto a quelle con basso profilo, a parità di altre condizioni.
Pare quindi che l’idea della sostenibilità “passata di moda” appartenga più al rumore del dibattito che alla realtà dei numeri. Perché mentre una parte della narrazione pubblica archivia i temi ESG come un lusso da tempi tranquilli, imprese, investitori e istituzioni finanziarie continuano a leggerli come strumenti concreti di gestione del rischio e di creazione di valore.
Per una PMI, sostenibilità significa capire dove si spreca energia, quanto si dipende da pochi fornitori, quanto è solida l’organizzazione interna, quanto si investe nelle competenze, quanto l’azienda è leggibile per banche, clienti e filiere.
Forse è questa la domanda che ogni impresa dovrebbe farsi: “Quali decisioni stiamo rimandando oggi che fra tre anni potrebbero costarci molto di più?“
